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carta vetrata.

il male è proprio questo.

siamo umani, troppo umani. e in quanto umani abbiamo il difetto dell’abitudine. ci si abitua per non trovarsi spiazzati, per trovare un modo di sopravvivere. e, per l’appunto, si preferisce rinunciare a vivere per abituarsi a sopravvivere. un tempo ero una testa quadra, ma ora no. ho gli spigoli troppo consumati, ormai. 

 

se ti fai poche domande.

ma dico io, ma queste fottute aspettative, per quale motivo devono torturarmi? perchè devo stare sempre lì, sul filo del ‘chissàsehacapito’?

questa giungla mi uccide.

(continua…)

io.

senza retorica, senza ironia, senza sarcasmo.

quello sbagliato sono io. sono io che sono fatto male. 

ho fatto male i miei conti, mi sono dato in maniera sbagliata, sempre.

troppo o troppo poco, è il tema base della mia vita.

E poi… la colpa è la mia che non so nemmeno più come prendermi. Con due frasi fisse in testa, tra i gomitoli di pensieri.

Una nave che affonda; sono stanco.

E crollo ancora, di fronte all’incapacità di farmi capire, ai pesi che non so più bilanciare.

E’ tutto sbagliato, ancora.

diossina.

ci sono cose che non capisco. ovvero, per meglio dire, capisco come ma non capisco perchè. 

ragionavo nella mattinata post-casatiello, su tutto quello che è studiato ad arte per piacere. che questo concetto possa essere applicato alla pubblicità, ci può stare. che sia applicato alle persone, un po’ meno. Gente di plastica senza botulino. Preconfezionati. Canzone giusta pubblicata al momento giusto. Foto ad hoc. Commento acido-sarcastico su chi non possiede la stessa vasta e profonda cultura di plastica, perchè non ha visto il film o letto il libro ’giusto’, quindi è feccia e va ignorata. [Quanto sottile può essere la distanza tra presunzione ed ignoranza].

Non vi suggerisco nemmeno di darvi fuoco, chè la diossina è tossica.

lontano.

Delle attese disattese. Delle ali tarpate, dei sogni interrotti di scatto. Delle connessioni mentali lente. Dei display spenti, delle illusioni. Dei moti intorno ad un asse mai mai mai baricentrico. Delle ripetizioni, delle lamentele. Dei bisogni, della gente. Degli orari, del traffico, delle sigarette. Delle rosse, delle bionde. Delle bianche. Dei forni, delle ruote, delle dita. Degli occhi. Della melanconia, dei ricordi. Del futuro, della memoria. Dei network, delle reti. Dei post, delle felpe. Delle birre, dei tappeti. Delle lampade, del buio. Della notte, dell’insonnia. Dello streaming, del bipensiero. Dell’ansia, della certezza. Delle aspettative basse, della bassa frequenza. Del inadeguatezza, della repentinità. Della rabbia, del gelo. Del sole, della vita. Del soffocamento, del silenzio.  Del silenzio. Del silenzio. Del silenzio.

Sono stanco. Sono lontano.

.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

e a differenza di questa canzone, noi.

io ti darò un cesto di stelle di plastica. è qui, pronto da forse quasi tre anni. lo presi per te, che eri anche un po’ me dalla prima parola timida appena accennata. tu non mi vedevi mentre ti guardavo negli occhi. non lo sapevi quanto tanto bene potesse fare male. e quanto, in fondo, quel male mi facesse stare bene, perchè era tuo e mio assieme, indistintamente.

l’inverno finirà anche quest’anno, il mio gelo si è sciolto almeno una primavera fa, ma la mia neve non era tua. e io, lontano chilometri dalle tue labbra che sapevano di vino e fumo alla vaniglia, non sciolgo il tuo di gelo, come forse non l’ho sciolto mai. e tra tutte le cose che ti ho scritto senza che tu ne sapessi niente avevo registrato ogni emozione, ogni parola taciuta perchè non riuscivo ad esprimertela nella maniera più adeguata, nella maniera adatta a te. solo parole, come il vento tra le foglie di un albero. ho baciato le mie paure senza frenarmi, ogni volta che la tua voce si confondeva con la mia attraverso uno stupido telefono. 

e oggi, ho visto veramente ciò che l’autunno fa agli alberi. sono bastati due ricordi in fila, quattro note canticchiate lontano da quello che avremmo potuto essere. e ora ho una gran voglia di sentirti lontana, mentre mi perdo nell’ennesimo oceano di cose, fatti non fatti, musica, vita. e il peggio è che non posso additare nulla a nessuno, se non a me stesso. la mia filosofia di vita non mi permette di assegnare nulla al caso, però.

 

mi piacciono le canzoni con i finali tristi.

ventidieci.

Capita, quando ti addormenti per 300 giorni l’anno nello stesso letto, di dimenticare che il tempo non passa mai del tutto. Certi posti, certe voci, certi rumori restano dentro. Fanno il tuo bagaglio sempre più pieno. E ogni volta che ci si siede di fronte ad un foglio bianco ci sono sempre pensieri nuovi da annotare.

E puntualmente, scrivo delle cose fatte, come fossero traguardi, riempio album e quaderni di appunti per cercare di non farli scivolare via, di renderli tangibili, come se un’emozione possa racchiudersi tutta in due righe di inchiostro nero.
O forse, è la paura di doversi accontentare di ricordi, perché, almeno quelli, alla fine diventano proprio come li si vuole.

 

 

 

 

 

 

[certe parole dovevano essere liberate. dovevano avere solo un po' d'aria, era solo questione di tempo.

ne rendo giustizia dopo due anni. in ricordo di te, che ci sei ancora]

eyes wide open.

Arriva la notte anche in questa parte di mondo. Arriva anche quando non ne vuoi proprio sapere di dormire.
E in effetti, è l’ennesima notte quasi in bianco. Sono arrivato alla conclusione che io abbia sprecato il mio tempo passato. Ho giocato male le mie carte, anni fa, ed ora sembra arrivato il tempo in cui io debba riprendermi tutto con gli interessi. Tutto, tutto assieme. Senza sosta, senza freni. Per questo non c’è tempo per dormire, non si può. Riprendo gli anni senza avere il tempo di metabolizzarli, così da non capire cosa è il passato e cosa è il presente, figuriamoci poi il futuro. Scelgo, però, di non pensarci una buona volta. E, cosa fondamentale, mi sento vivo. Incasinato, scombussolato, ingarbugliato ma vivo, decisamente vivo. Ed era ora.

a te, a me e al tempo.

 

 

 

grazie.

per gli spiragli di te che mi lasci ammirare.

per il muro di solitudine che fai sgretolare tra le mie mani.

per quello che c’è e per quello che ancora deve venire.

per l’imbarazzo e per l’agio.

per le parole che ora escono copiose e sincere

e a me sembra quasi una conquista.

perchè ora mi sembra davvero di star costruendo

qualcosa di bello.

e allora grazie.

a te,

a me e al tempo.

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