io ti darò un cesto di stelle di plastica. è qui, pronto da forse quasi tre anni. lo presi per te, che eri anche un po’ me dalla prima parola timida appena accennata. tu non mi vedevi mentre ti guardavo negli occhi. non lo sapevi quanto tanto bene potesse fare male. e quanto, in fondo, quel male mi facesse stare bene, perchè era tuo e mio assieme, indistintamente.
l’inverno finirà anche quest’anno, il mio gelo si è sciolto almeno una primavera fa, ma la mia neve non era tua. e io, lontano chilometri dalle tue labbra che sapevano di vino e fumo alla vaniglia, non sciolgo il tuo di gelo, come forse non l’ho sciolto mai. e tra tutte le cose che ti ho scritto senza che tu ne sapessi niente avevo registrato ogni emozione, ogni parola taciuta perchè non riuscivo ad esprimertela nella maniera più adeguata, nella maniera adatta a te. solo parole, come il vento tra le foglie di un albero. ho baciato le mie paure senza frenarmi, ogni volta che la tua voce si confondeva con la mia attraverso uno stupido telefono.
e oggi, ho visto veramente ciò che l’autunno fa agli alberi. sono bastati due ricordi in fila, quattro note canticchiate lontano da quello che avremmo potuto essere. e ora ho una gran voglia di sentirti lontana, mentre mi perdo nell’ennesimo oceano di cose, fatti non fatti, musica, vita. e il peggio è che non posso additare nulla a nessuno, se non a me stesso. la mia filosofia di vita non mi permette di assegnare nulla al caso, però.
mi piacciono le canzoni con i finali tristi.
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