Posted in febbraio 2012

ventidieci.

Capita, quando ti addormenti per 300 giorni l’anno nello stesso letto, di dimenticare che il tempo non passa mai del tutto. Certi posti, certe voci, certi rumori restano dentro. Fanno il tuo bagaglio sempre più pieno. E ogni volta che ci si siede di fronte ad un foglio bianco ci sono sempre pensieri nuovi da annotare.

E puntualmente, scrivo delle cose fatte, come fossero traguardi, riempio album e quaderni di appunti per cercare di non farli scivolare via, di renderli tangibili, come se un’emozione possa racchiudersi tutta in due righe di inchiostro nero.
O forse, è la paura di doversi accontentare di ricordi, perché, almeno quelli, alla fine diventano proprio come li si vuole.

 

 

 

 

 

 

[certe parole dovevano essere liberate. dovevano avere solo un po' d'aria, era solo questione di tempo.

ne rendo giustizia dopo due anni. in ricordo di te, che ci sei ancora]

eyes wide open.

Arriva la notte anche in questa parte di mondo. Arriva anche quando non ne vuoi proprio sapere di dormire.
E in effetti, è l’ennesima notte quasi in bianco. Sono arrivato alla conclusione che io abbia sprecato il mio tempo passato. Ho giocato male le mie carte, anni fa, ed ora sembra arrivato il tempo in cui io debba riprendermi tutto con gli interessi. Tutto, tutto assieme. Senza sosta, senza freni. Per questo non c’è tempo per dormire, non si può. Riprendo gli anni senza avere il tempo di metabolizzarli, così da non capire cosa è il passato e cosa è il presente, figuriamoci poi il futuro. Scelgo, però, di non pensarci una buona volta. E, cosa fondamentale, mi sento vivo. Incasinato, scombussolato, ingarbugliato ma vivo, decisamente vivo. Ed era ora.

a te, a me e al tempo.

 

 

 

grazie.

per gli spiragli di te che mi lasci ammirare.

per il muro di solitudine che fai sgretolare tra le mie mani.

per quello che c’è e per quello che ancora deve venire.

per l’imbarazzo e per l’agio.

per le parole che ora escono copiose e sincere

e a me sembra quasi una conquista.

perchè ora mi sembra davvero di star costruendo

qualcosa di bello.

e allora grazie.

a te,

a me e al tempo.

Così è (se vi pare).

Quando, tempo fa, immaginai come sarebbe andata la mia vita avevo previsto cose enormi, eventi eccezionali, incontri decisivi e tutta una serie di altre cose che avrebbero fatto della vita, della mia vita, una cosa unica. E guardavo il mondo con occhi diversi, semplici e disillusi nonostante tutto. Sapevo già allora che la mia strada non sarebbe stata un comodo percorso asfaltato, un’autostrada a quattro corsie, pulita e senza curve. Piuttosto, la visualizzavo come un viottolo di campagna appena accennato, sconnesso e polveroso, di quelli che ti fanno sobbalzare ad ogni fosso, dove la ghiaia ti schizza sulle portiere e ti insozza la carrozzeria. E mi piaceva vederla così, attorniata da alberi irregolari e invadenti, con punti d’ombra e altri immersi nel sole. Da percorrere a piedi nei pomeriggi afosi d’agosto, con gli scarponi ben allacciati e un bagaglio pesante sulle spalle. Non una via comoda, no. Ma, in fondo, non avrei voluto nient’altro che questo. E forse sì, avete ragione tutti: sbaglio ad amare ciò che ho, potrei avere di più, potrei avere ciò che vorrei in un modo migliore, potrei curare gli occhi che non vedono bene le cose che per voi sono ovvie e lampanti. Forse sarebbe meglio vivere come mi suggerite, forse dovrei davvero far scoppiare la bolla che custodisce il mondo che si evolve nella mia testa, dovrei davvero atterrare sulla terraferma, tra voi comuni mortali, e non lasciarmi trascinare dalle cose, non vivere come se non mi accorgessi di quante opportunità mi offrite con le vostre, con le tue, belle facce compiacenti, con i tuoi sorrisini sornioni; forse dovrei davvero essere come voi, come te. Forse sarei soddisfatto di giocare con le cose e le persone, dando peso a me e ai miei istinti e fare come fai tu, come fanno gli animali affamati in cerca di prede sempre nuove, carne fresca su cui posare i denti, vivere della loro vita per bastare alla mia, e sorridere del mio lauto pasto, tornare dai miei pochi legami di facciata e recitare la parte del bravo ragazzo che, ahime, proprio non viene compreso. Forse dovrei, ma scelgo deliberatamente di essere me. Cieco, ottuso, convinto di essere una specie di giovane Werther, presuntuoso ed illuso, capace solo di lasciarsi trascinare dalle correnti. Voglio solo ricordarvi, ricordarti, che decidere di non gettare l’ancora è comunque una scelta. E alle tue alternative, per quanto facile e vantaggiose possano essere, io rispondo col silenzio di chi, contrariamente a voi, a te, di alternative ne ha, che fosse anche solo il restare con me. 

Vi, ti, chiedo scusa, dunque. Perchè vi, ti, sbatto in faccia il mio modo di essere me, il mio modo di vivere nel mio mondo. Lo so, è difficile confrontarcisi. 

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