Posted in novembre 2011

when you think we’re lost.

che succede quando entri in un labirinto, convinto di ricordare dove sia l’uscita? cosa succede se ti addormenti in primavera e quando ti risvegli è già novembre, e tu sei fermo sotto un albero in mezzo alla neve? apri gli occhi pensando di aver fatto un brutto sogno, ti tartassi di pizzicotti, perchè non può essere tutto così vero. passano settimane prima che tu ti renda conto sul serio di aver sbagliato strada, di aver ancora una maglietta di cotone quando tutti attorno a te hanno maglioni di lana. però poi succede. hai freddo e sei perso ai bordi degli spartitraffico di un’autostrada, tutto attorno a te sfreccia e solo ora ti sei reso conto di dove tu sia. con le gambe intorpidite e il cuore spappolato. manca l’aria di botto, cadono le carte che avevano sorretto quella che fino a poco fa era la realtà. sei tra le macerie di ciò che credevi di essere, sporco-nudo-solo. aria, manca l’aria. amaro, in bocca. una cosa la sai, però. di forza ce n’è ancora tanta, serbatoi pieni di energia. poche scelte, poche alternative, non puoi far altro che correre nei tuoi vuoti e tornare a quella che può somigliare ad una casa. non avere paura, io non ne ho. sono millenni in cui tutto si distrugge e viene poi ricostruito, ci si ‘costruisce’ un futuro su questo concetto. poche settimane e tutto quello che si è rotto finirà nella spazzatura. perchè quando pensi di essere perso, ricordati che stai solo esplorando.

 

 

:)  we’re exploring.

the winner takes it all.

love is not a competition. sento questa frase imbevuta in ogni pezzo di canzone, in ogni manuale del perfetto amante. però poi è strano rendersi conto che tutte le persone, tutte, trattano l’amore come se fosse una gara in cui farsi il meno male possibile, in cui l’unico scopo, il fine ultimo, non è tanto l’amare quanto quello di essere amati ad ogni costo.

io amo di meno, tu invece soffri di più. ho vinto io. / tu non dormi la notte, io voglio solo sesso. hai perso tu. 

E tutto ciò mi da un senso di tristezza indescrivibile. Cazzo, io non so granchè su cosa possa essere il vero amore, sono poco esperto in materia, ma, cazzo! Possibile che si debba badare solo a sentirsi bene e basta? Dove è finita la gioia del donarsi? La soddisfazione enorme che si può ottenere solo quando ricevi il sorriso della persona che ti sta accanto? Possibile che ci siano vinti e vincitori? E anche nel caso in cui ci siano, chi stabilisce che chi si fa meno male ha vinto? Se proprio qualcuno deve vincere, avrà di certo vinto chi ha amato. Chi si è messo in gioco e ha saputo affrontare se stesso e i propri limiti. Solo quella persona ne uscirà arricchita. Quindi se proprio ci sarà un vincitore, questo prenderà tutto, il bello e il brutto.

Una stretta di mano, un quaderno di ricordi, fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano. La guerra è finita.

justified.

le parole in fondo sono armi. 

fanno male anche se non sono usate per ferire. anche se non ho mai pensato che la sincerità espressa col cuore potesse causare tanto. sono passati 124 giorni pieni di parole, e, soprattutto, speranze. e dopo tutto questo tempo l’unica cosa che si è tramutata in fatti è stata la consapevolezza che troppa diversità può allontanare invece che unire. 

io non sono abituato a fare male alle persone. giustificare non è mai un bene, né applicato a se stessi né agli altri. e ci sono fin troppe cose che ho fatto finta di non vedere. dunque, tirate le somme, la decisione è questa fino a dimostrazioni contrarie.

 

masterpiece vol.2

per quale motivo non lo so. penso di essermi perso anni fa, mentre cercavo di difendermi e di svuotare con un secchio la mia nave che affondava. eppure ho sempre ambito ad un semplice obiettivo, non ho mai voluto chiedere di più a nessuno. volevo solo essere migliore. e così mentre cercavo di proteggere quello che ero, ho finito per soffocarmi. capita. sono errori a fin di bene, dopotutto. capitano di errori così quando sei da solo a cercare di tirare avanti, di sopportare quanto può essere deludente il mondo quando nella testa hai delle aspettative molto alte dalle cose, dalle persone. e allora, le accetti le ferite, perchè non puoi fare altrimenti; perchè ti rendi conto che serve farsi male, se il fine ultimo è crescere. 

masterpiece vol.1

quando mi dicevo che la bellezza è negli occhi di chi guarda, ho pensato che questo è un principio applicabile universalmente e per molte cose. In ognuno è innata una personalissima scala di bisogni ed esigenze da appagare e spesso ci si sceglie per darsi una mano. E’ la natura umana in fondo, in quanto animale sociale, cercare qualcuno con cui crescere, con cui migliorare, con cui dividere ciò che fa bene e ciò che fa male. E ovviamente ogni scelta, implica delle rinunce. Ora, il punto è, che anche il peso di queste rinunce è nella mente di chi le attua. Il senso è tutto nella loro percezione. E ciò è quello che rende immenso il potere delle proprie scelte. E non mi stancherò mai di ripeterlo, anche se scegliere sul serio nella maggior parte dei casi fa tanto male quanto in fondo è necessario.

[...]


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Se fossi me stesso reagirei esattamente come sto reagendo. Razionalizzando ogni cosa, soppesando le verità, delle persone e della mia testa, contestualizzandole, evitando di cadere in quelle trappole che spesso, ultimamente, mi stanno alterando nei comportamenti. Se fossi me stesso, avrei la lucidità di vedere le cose illuminate dal senso critico, dando fiducia alle parole proporzionandole alle bocche da cui sono pronunciate. E così facendo, fidandomi della ragione, placherei ogni paura. Se fossi me stesso chiuderei a doppia mandata il cuore, affrontando chi di dovere con la faccia di chi ha ogni cosa a posto. Se fossi me stesso rischierei di sembrare una persona perfettamente matura, che sa sempre quando smettere di farsi in quattro e quando invece è necessario. Se fossi me stesso sarei fiero di capire le cose in anticipo, fiero del mio intuito (ahimè) infallibile.
E in fondo, sono sempre me stesso. Anche se le variabili impazzite che il mio cuore si diverte a lanciarmi, spesso mi fanno credere il contrario.

E non c’è niente da capire. C’è una notte insonne, un’immagine e una paura.

moulin à vent.

per anni mi sono illuso di non aver creato in me nessuna aspettativa sulle persone, ma non ne sono più sicuro. forse sono solo le aspettative che ho di me, che in fondo sono elevate. rimango sempre sorpreso quando ci penso. anni e anni di ipotesi su come avrei potuto sentirmi in questo momento, e poi… niente, la delusione la avverti solo quando sei solo. e per ‘solo’ intendo non fisicamente. quindi, facendo un rapido conto, dovrei considerare inclusi parecchi giorni. soprattutto poi da quando ho smesso di parlare con me. ho delle cose che non mi dico, mi rendo conto di pensarci la notte invece di sognare. mi prendo in giro, dicendomi che si vive bene anche così, che fare buon viso a cattivo gioco è un pregio e non un difetto, come se scendere a compromessi con la vita sia effettivamente necessario. mi hanno detto, fin da piccolo, che per vivere bene, per stare bene con le persone bisogna adattarsi, non essere troppo esuberanti, pensare bene alle parole che si usano, non essere necessariamente del tutto sinceri, abbassare i toni, evitare di fare sempre discussioni, tacere quanto più possibile. beh, io invece penso che le persone che restano zitte, che non discutono mai, che si fanno scivolare le cose addosso siano quanto di più sbagliato si possa trovare in giro. peggio del peccato e del peccatore vi è chi guarda e resta zitto, d’altronde. e così m’incazzo ogni volta che vorrei dire qualcosa ma penso che forse non è il caso, forse potrei non essere capito a pieno. e mentre penso a tutto ciò, le cose passano e io resto l’unico che sta ancora arrovellandosi per cose che ormai non interessano a nessuno. pazienza, mi dico, almeno io avrò messo un punto ad una questione. e mentre l’ennesimo mulino a vento mi si para davanti il resto delle cose cambia ed io arranco per stargli dietro. e vaffanculo, allora, a chi vorrebbe parlare ma non lo fa, a chi preferisce perdere le cose in silenzio piuttosto che lottare per riaverle. Sì, vaffanculo.

 

 

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